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La Gazzetta dello Sport: “Diamo più voce ai tifosi”

Il sogno è entrare nella vita dei club. L’italia ci prova

I «trust» spopolano all’estero. Da noi piazze come Taranto sono salve grazie ai supporter

MARCO IARIA twitter@marcoiaria1

gazzetta_20130309_iariaL’Unione europea riconosce la bontà di queste iniziative per migliorare la governance
Le Leghe: «Serve più comunicazione con i fan italiani e un interlocutore a livello nazionale»

Rimettere i tifosi al centro della scena, farli sentire parte integrante del sistema, trarre giovamento dalla loro vitalità e dalla loro conoscenza del territorio. È una sfida che dovrebbe essere in cima all’agenda del calcio italiano. E, a parole, la pensano così le stesse istituzioni. Ora, però, servono i fatti. Come? Coinvolgendo di più i tifosi nella vita delle squadre. All’estero i «supporter trust» sono diffusi e spesso hanno dato una risposta a certe derive gestionali. Si tratta di associazioni di fans nate con lo scopo di contare di più all’interno delle società, di avere rappresentanze nei meccanismi decisionali, di contribuire a rafforzare il legame con la comunità. Culla. La favola dei gallesi dello Swansea, prima promosso in Premier League e poi vittorioso nella Coppa di Lega inglese, è anche una case history che ci fa gioco. Tutto partì nel 2001 da una riunione di 150 persone, mentre il club stava sprofondando nella bancarotta. Ora il 20% delle azioni è in mano ai tifosi, che hanno un posto garantito nel consiglio d’amministrazione anche in caso di aumenti di capitale. Sono 200 i trust nel Regno Unito, la culla di un movimento propagatosi in Europa attraverso la rete Supporters Direct, che è ormai riconosciuta dalle istituzioni comunitarie. «Quando sono strutturati in mododemocratico, i tifosi possono dare un contributo essenziale al calcio», dice Gianluca Monte, membro dell’unità Sport della Commissione Europea. Che ha pubblicato un position paper dal titolo eloquente: «Il cuore del gioco: perché i tifosi sono vitali per migliorare la governance nel calcio». Modelli e utopie. Qui si va oltre i fenomeni mediatici di Barcellona e Real Madrid, «un azionariato popolare di facciata —rileva l’avvocato Diego Riva, consulente di SD—che è una fucina di debiti». Piuttosto il modello che si sta studiando con più interesse è quello tedesco: la regola del 50% più uno consente alle associazioni di persone di detenere la maggioranza assoluta dei voti dei club. Utopia in Italia, dove resiste una concezione paternalistica del pallone. Ma negli ultimi due anni qualcosa si è mosso. E la conferma è arrivata da un incontro per certi versi storico, a Roma, tra i gruppi di tifoserie sparsi per il Paese e le istituzioni sportive. «Nelle prime visite in Italia —ha raccontato Antonia Hagemann, responsabile Supporters Direct Europe — c’era calma piatta, oggi invece hanno risposto all’appello i rappresentanti di 14 trust: qualcosa sta cambiando ». Finora nei casi in cui i tifosi sono entrati in scena, lo hanno fatto come cavalieri bianchi, sostenendo i rispettivi club sull’orlo del fallimento. Esperienze. L’associazione Sosteniamolancona ha ridestato l’entusiasmo perduto in una piazza storica come Ancona, costretta a ripartire dall’Eccellenza nel 2010. Non conta tanto il2%del capitale, quanto il grado di incidenza nelle decisioni societarie: i tifosi hanno due membri nel cda e possono porre il veto su questioni attinenti la sede o i colori sociali. La scorsa estate ha segnato la svolta a Taranto e Piacenza, scomparse dal professionismo. La Fondazione Taras ha affiancato i nuovi proprietari col 17,5% delle azioni, due amministratori e diritti di veto su operazioni straordinarie; Salvapiace ha rilevato marchio, nome e cimeli del vecchio Piacenza e piazzato un rappresentante nel consiglio d’amministrazione della neonata Lupa Piacenza. Pulsioni simili ad Arezzo, Rimini, Lucca. E poi Sogno Cavese, NoiLecce, Modena Sport Club, VeronacolCuore, MyRoma, Noi Siamo il Derthona, Venezia United. Insomma, i tifosi hanno cominciato ad alzare la loro voce, anche se certi mecenati (o presunti tali) restano refrattari. Il prossimo passo? Fare sistema. In Germania c’è Unsere Kurve, in Spagna Fasfe, che viene pure invitata ai meeting governativi. «In Italia — suggerisce Andrea Abodi, presidente della Lega di B—c’è bisogno di un interlocutore nazionale dei tifosi. Al momento ci sono FederSupporter e Fissc: non siamo riusciti a metterli attorno a un tavolo. Serve uno scambio di informazioni più organizzato ». «Tifosi e società devono comunicare di più tra loro », gli fa eco Marco Brunelli, d.g. della Lega di A.